MERCOLEDÌ 22 LUGLIO A LECCE, NEL RICORDO DELLA CURATRICE BRIZIA MINERVA, L’INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA DEL PROGETTO VINCITORE DEL PAC – PIANO PER L’ARTE CONTEMPORANEA DEL MINISTERO DELLA CULTURA, CHE METTE IN DIALOGO L’ARTISTA EGIZIANA HEBA Y. AMIN E IL SALENTINO VINCENZO VALENTE.
THE FUTURE IMAGE. SCAVI SULL’ORIENTE di HEBA Y AMIN con VINCENZO VALENTE a cura di Brizia Minerva, uno dei progetti vincitori del PAC – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, giunge alla sua fase conclusiva.
Dopo un lungo periodo di studio, viaggi, relazioni e scelta di materiali, mercoledì 22 luglio a Lecce tra il Museo Castromediano e l’ex Chiesa di San Francesco della Scarpa si terrà il vernissage della prima mostra personale in Italia dell’artista egiziana e la presentazione del corpus di opere appositamente realizzato nell’ambito del PAC. Lo scorso 30 giugno, prima dell’inaugurazione ufficiale, l’artista egiziana ha condotto un workshop dedicato all’orientalismo digitale e alle forme contemporanee della rappresentazione, rivolto alle studentesse e agli studenti dell’Accademia d’Arte di Stoccarda.

Pensato appositamente nell’ambito del progetto per il Museo Castromediano, il lavoro di Heba Y. Amin, classe 1980, si pone in dialogo con la produzione di Vincenzo Valente (Specchia 1846 – Napoli 1889), artista salentino che nella seconda metà dell’800 lascia la sua terra natìa per spostarsi in Egitto, tra Alessandria e Il Cairo, città natale della stessa Amin una delle massime esperte di temi legati alla ricerca e alla rielaborazione in chiave critica e non Europea del tema dell’Orientalismo. The Future Image si è sviluppato attraverso diverse fasi di residenza e approfondimento tra Lecce e Il Cairo. Nel Salento, Amin ha avuto accesso alle opere e all’archivio di Valente, anche grazie alla volontà e alla disponibilità degli eredi; in Egitto ha elaborato il quadro teorico e formale del progetto.
La mostra aperta sino a lunedì 7 settembre si articolerà in due sedi espositive. La Pinacoteca del Museo Castromediano (dal martedì alla domenica dalle 9:00 alle 20:00 – ingresso libero) accoglierà una selezione di opere di Vincenzo Valente, in gran parte provenienti dagli eredi dell’artista e restaurate appositamente per l’occasione, in dialogo con alcune delle nuove produzioni di Heba Y. Amin. Nell’ex Chiesa di San Francesco della Scarpa (dal lunedì al sabato dalle 9:00 alle 20:00 – chiuso domenica e festivi – ingresso libero) sarà invece esposto il nuovo nucleo di opere realizzato da Amin per il progetto sostenuto dal Pac: un video-saggio inedito, alcune ceramiche, una composizione sonora, foto in grande formato e una scultura in cartapesta. Le opere sono affiancate da una selezione di dipinti di Vincenzo Valente.

Mercoledì 22 luglio l’inaugurazione si aprirà alle 18:30 al Museo con un talk di Wael Farouq, docente di lingua e letteratura araba all’Università Cattolica di Milano, dedicato all’approfondimento delle questioni storiche e culturali legate all’orientalismo. Dalle 20:00, poi, a San Francesco della Scarpa l’opening della mostra con la partecipazione di Heba Y. Amin che racconterà il suo percorso. The Future Image si configura come un progetto speculativo che immagina un futuro “scavo” archeologico nel quale i ricercatori portano alla luce reperti non dell’antico Egitto, bensì delle fantasie europee sull’Egitto e sul cosiddetto Oriente. Il progetto parte dal presupposto che l’orientalismo non fosse semplicemente un regime rappresentativo, ma un progetto di civiltà di successo: l’Oriente immaginato dall’Europa è diventato materialmente reale attraverso la ripetizione, l’estrazione, l’architettura, la museologia, il cinema, il militarismo, il turismo e la riproduzione tecnologica. «Quello che per me era iniziato come uno studio sulla produzione di immagini coloniali si è evoluto in qualcosa di molto più strano: la scoperta di un meccanismo attraverso il quale l’Europa riscopre ripetutamente le proprie proiezioni», sottolinea l’artista.
The Future Image è sostenuto dal PAC2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, ed è realizzato in collaborazione con Regione Puglia, Provincia di Lecce, Polo Biblio-Museale di Lecce, Puglia Culture, Comune di Castrignano de’ Greci e Kora – Centro del Contemporaneo.
Info e contatti
0832373572 – museocastromediano.lecce@regione.puglia.it
www.facebook.com/MuCastromediano
LE TAPPE DEL PROGETTO
Settembre 2025 | Presentazione a Specchia.
Dicembre 2025 | Residenza di Heba Y. Amin a Lecce.
Maggio 2026 | Incontro di presentazione e discussione del progetto a Il Cairo
30 giugno 2026 | Incontro Accademia d’Arte di Stoccarda
22 luglio 2026 | Inaugurazione mostra
L’ORIENTALISMO E LA PARTICOLARITÀ DI VINCENZO VALENTE
L’Orientalismo si è sempre preoccupato di “esoticizzare” la cultura “dell’altro” sotto il dominio coloniale. I principali soggetti che vanno sotto la definizione di “orientalismo” sono i personaggi prodotti dalla fantasia europea, immagini che hanno contribuito a giustificare l’imposizione del dominio coloniale come una missione benevola. A causa dell’inaccessibilità del soggetto femminile nordafricano, ad esempio, gli artisti europei inventarono un ideale romantico delle donne native per adattarlo alle loro proiezioni ideali. Le immagini prodotte, anche attraverso la fotografia e la messa in scena della pittura orientalista, divennero uno strumento di propaganda per il progetto coloniale. Diversa l’opera di Vincenzo Valente che riflette e restituisce un’esperienza vissuta capace di andare oltre il mero esotismo, con i suoi dipinti egli non si limitava a creare un’immagine “ultraterrestre” dell’Oriente, ma puntava a fermare le sottigliezze della vita quotidiana rendendo allo sguardo l’unicità, la bellezza e la profonda umanità dei luoghi e delle persone che li abitavano e vivevano.

I MOTIVI DELLA RICERCA DI HEBA Y. AMIN
Cosa significa quando un pittore orientalista si inserisce in una società e non la osserva più a distanza? Cosa ne è dello sguardo e come si esprime in modo diverso l’atto del vedere? Queste le domande che Heba Y. Amin si pone con la sua ricerca, interessata a come l’Orientalismo, sia come “stile” che come periodo artistico insegnato per gran parte del XIX secolo in Europa, abbia influenzato i modi di vedere contemporanei e quelli futuri. Lo stesso Valente fu esposto e influenzato da questo stile durante i suoi studi a Napoli, motore di una spinta a trovare, con la scelta di trasferirsi in Egitto, una suo particolare punto di vista e di elaborazione artistica della sua personale esperienza di uomo e di artista. Altro elemento di interesse è quello dell’immagine tecnologica come estensione dello sguardo orientalista. Cosa succede a un popolo che non ha alcun potere di autorappresentarsi, la cui assenza di autodeterminazione coincide con il momento critico in cui fu introdotta la produzione di immagini fotografiche? La fotografia, in particolare, ha svolto un ruolo cruciale nella formazione della conoscenza: le foto, infatti, continuavano a circolare e a plasmare la percezione europea degli altri attraverso la lente orientalista. Le autorità coloniali utilizzarono inoltre la fotografia per creare carte d’identità, registri di sorveglianza e dati antropometrici che facilitavano la gestione e il controllo delle popolazioni indigene. Queste pratiche fotografiche servirono a disumanizzare e oggettificare i popoli colonizzati, riducendoli a meri soggetti di indagine scientifica e controllo amministrativo. Ancora oggi, constatiamo che i pregiudizi e le dinamiche di potere insiti nelle prime rappresentazioni fotografiche continuano a plasmare la cultura visiva. Non solo la percezione globale del cosiddetto Oriente è stata plasmata dall’Occidente per secoli, ma gli stessi sistemi categoriali utilizzati in passato per classificare e stereotipare i popoli emarginati vengono ora codificati negli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale, perpetuando e amplificando i pregiudizi esistenti nelle tecnologie e nelle piattaforme di nostro uso quotidiano. È attraverso questa prospettiva che Heba Amin esplorerà l’opera di Vincenzo Valente dando quindi vita a un’opera che intende riflettere sui processi coloniali di produzione di immagini e sulle loro eredità dando vita a strategie tese a comprendere la violenza della rappresentazione coloniale attraverso l’estrazione di dati dalle immagini.
HEBA Y. AMIN
L’artista è nata nel 1980 al Cairo, la sua ricerca affronta temi politici approfondendo e raccontando storie, frutto d’indagini d’archivio, attraverso il linguaggio multimediale con film, fotografie, performance e installazioni. La sua ricerca artistica adotta un approccio speculativo, spesso satirico, per mettere in discussione narrazioni di “conquista” e “controllo”. Amin è Professoressa di Arte Digitale presso l’Accademia Statale di Belle Arti di Stoccarda, co-fondatrice del collettivo “Black Athena”, curatrice delle arti visive per la rivista “MIZNA” e attualmente membro del comitato editoriale del “Journal of Digital War”. Ha ricevuto il Premio Hans-Molfenter 2025, Premio della Città di Stoccarda (Germania); il Premio per l’arte della città di Nordhorn 2022 (Germania); il Premio Sussmann 2020 per artisti impegnati negli ideali della democrazia e dell’antifascismo (Austria) e la Field of Vision Fellowship 2019 (New York). Il suo lavoro è stato esposto in numerose mostre, tra cui: “The Mosaic Rooms”, Londra (2021), “Eye Film museum”, Amsterdam (2020), Museo “Quai Branly”, Parigi (2020), Museo “MAXXI”, Roma (2018), Biennale di Liverpool (2021), 10ª Biennale di Berlino (2018), 15ª Biennale di Istanbul (2017) e 12ª Biennale Dak’Art (2016), solo per citarne alcune. La sua pubblicazione “Heba Y. Amin: The General’s Stork” (a cura di Anthony Downey) è stata edita da Sternberg Press nel 2020. Le sue opere e interventi sono stati trattati da testate come “The New York Times”, “The Guardian”, “The Intercept” e BBC, tra gli altri.

VINCENZO VALENTE
(1845 Specchia (Le) – Napoli 1889)
Vincenzo Luigi Michele Valente nasce il 7 maggio del 1845 da Giuseppe e Francesca Fersini. Apprende i rudimenti dell’arte da Giuseppe Buttazzo, pittore di formazione napoletana originario di Diso. Nel novembre 1863, con una borsa di studio della Deputazione Provinciale di Terra d’Otranto, giunge a Napoli per frequentarvi il Reale Istituto di Belle Arti; durante il corso di studi consegue, tra il 1864 ed il 1865, tre premi d’incoraggiamento concernenti il disegno, la pittura di paesaggio e dal vero. In una lettera del 1868 Domenico Morelli attesta che Valente, oltre i corsi scolastici, ha frequentato il suo studio privato; il giovane pittore è interessato anche alla pittura di Filippo Palizzi.
Valente giunge in Egitto probabilmente tra il 1873 ed il 1874, anche se la prima lettera nota spedita dal Cairo ai familiari è datata marzo 1875. Nella città araba il pittore apre il proprio studio, insegna presso la Scuola di Arti e Mestieri, lavora nei palazzi khediviali su commissioni di Ismā῾īl Pascià prima e del figlio Tawfīq Pascià poi, oltre ad essere ben introdotto nella comunità dei maggiorenti italiani che vivono al Cairo; tra questi, molti saranno raffigurati in un album di caricature da lui ideato. Questo lavoro è affiancato dagli Animali cantanti del Teatro dell’Opera, una raccolta di caricature raffiguranti artisti esibitisi in vari spettacoli d’opera presso il teatro khediviale del Cairo. La sua attività pittorica segue invece un doppio filone: da un lato ritratti commissionati da famiglie benestanti che dalla terra d’origine, attraverso il fratello Luigi, spediscono in Egitto foto dei soggetti da effigiare; dall’altro vivide rappresentazioni di luoghi e persone frequentati nella patria d’elezione. La semplice etichetta di pittura orientalista mal si addice a questo secondo filone, non tanto mera rappresentazione di fatti e personaggi folcloristici ma piuttosto vivo racconto dell’Oriente fortemente influenzato dalla lezione sul “Vero” assimilata a Napoli. Vincenzo Valente muore nel 1889; nella sua ultima lettera spedita da Brindisi il 26 giugno dello stesso anno afferma di essere arrivato nella città pugliese «in uno stato talmente ammalato che io stesso mi meraviglio son vivo ancora» e di volersi da qui tempestivamente recare a Napoli per una cura. Una grave malattia epatica lo porterà però alla morte a pochi giorni dal suo arrivo nella capitale campana.





















